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Basilica Paleocristiana di San Miceli La basilica paleocristiana di San Miceli fu scoperta nel 1893 nella contrada omonima a Salemi. Si tratta di una basilica a tre navate, divise da due file di cinque pilastri (dimensioni stimabili 14,50 x 14,75 m.), con abside sul lato ovest e nartece sul lato est; la chiesa ebbe destinazione funeraria, come rivela la presenza di numerose tombe sul pavimento. Si erano conservati i muri a quota molto bassa per circa metà del perimetro. Lo scavo mise in evidenza tre fasi di vita dell’edificio, caratterizzate da tre livelli pavimentali mosaicati. I mosaici furono gravemente danneggiati al momento della scoperta dai contadini accorsi alla ricerca di tesori sepolti. FASE A: il pavimento superiore venne gravemente danneggiato all’atto della scoperta e anche successivamente. Ne sopravvive, all’incirca al centro della navata principale, la parte destra di un’iscrizione musiva in latino, in cui si legge: MPORIBUS NTIFICIS PATRIS EPISC OMINUSDO NORISF IOLICE Per Pace si trattava quasi certamente dell’epigrafe dedicatoria della basilica, contenente l’allusione ad un [p]ontificis patris episcopi. Sulla base delle caratteristiche architettoniche dell’edificio, il Pace attribuì questa fase al VI secolo d.C. Questo pavimento superiore, al momento della scoperta, giaceva sotto uno strato di materiale di colmata, con frammenti di coppi e tegole della tettoia, e tracce di terra bruciata con carboni, resti forse delle travi che sostenevano la tettoia, e cioè, con buona probabilità, il tetto a spioventi che copriva la basilica. FASE B: al di sotto del primo pavimento venne dissotterrato un secondo pavimento musivo, caratterizzato nella sua metà occidentale da uno schema geometrico di ottagoni e quadrati includenti motivi floreali stilizzati, e nella sua metà orientale da quadrilateri irregolari e losanghe. Nella metà occidentale si trovano cinque importanti iscrizioni musive, di cui quattro greche e una latina, in cui sono menzionati alcuni benefattori della chiesa: - Kobouldeus e Maxima - Zosimos - Saprikios - Makarios - Dionisius L’iscrizione di Kobouldeus dice: “Kobouldeus e Maxima sciolsero il voto per la salvezza loro e dei figli”. Si tratta dell’iscrizione dedicatoria della chiesa o, almeno, del pavimento musivo. Il nome Kobouldeus era molto diffuso presso le comunità cristiane dell’Africa settentrionale e significa: “quod vult Deus”. La seconda iscrizione dice: “il presbitero Macario per la salvezza di Kobouldeus”. La forma dell’iscrizione induce a ritenerla funeraria; secondo Pace l’iscrizione potrebbe riferirsi alla tomba di Kobouldeus, costruita dal presbitero Macario, oppure ad un restauro del pavimento, voluto da Macario per ricordare il fondatore della chiesa. La terza iscrizione recita: “ricordati, Signore, del tuo servo Sapricio”. Sapricio (dal greco sapròs) vuol dire “putrido”, ed è uno dei nomi dispregiativi assunti dai primi cristiani per umiltà. Si tratta forse di un’epigrafe funeraria. L’unica iscrizione sicuramente funeraria è quella di Dionisius: “il presbitero Dionisio visse in pace 55 anni”. Poiché in età paleocristiana in Sicilia si parlava sia in latino che in greco, la compresenza delle due lingue nella basilica di Salemi non può stupirci. Tuttavia, l’uso del latino divenne più frequente sotto il pontificato di Gregorio Magno (590-640); quest’argomento linguistico ha indotto gli studiosi ad attribuire il pavimento della fase più recente (A) al VI secolo, e il precedente (B)—dove prevalgono le iscrizioni in greco—al V secolo. FASE C: la prima fondazione della chiesa, cui risalgono le poche tracce di un pavimento musivo “con tasselli mal connessi” sottostante il secondo pavimento, potrebbe ipoteticamente risalire anche alla metà del IV secolo, o tra la fine del IV e gli inizi del V. La definitiva distruzione con incendio della chiesa va datata nel corso o appena dopo la metà del VII secolo.